Collarmele: quando il tempo prende un altro ritmo
Un piccolo borgo fuori dai circuiti turistici, dove il tempo cambia passo e ti riporta a un ritmo più naturale.
Collarmele non è un posto dove vai a fare cose. È un posto dove vai a stare.
Quando ci arrivi, la prima sensazione è quasi di spaesamento. Ti chiedi cosa fare. Poi capisci che la domanda è sbagliata.
Non sei lì per fare. Sei lì per rallentare.
La mattina esci e non hai un programma preciso. Puoi fare una passeggiata nei dintorni, passeggiare in uno dei sentieri verso il Sirente-Velino, oppure semplicemente restare in paese.
Io, ad esempio, sono partito da Collarmele per un trekking lungo fino a Forca Caruso. Non è una passeggiata breve, anzi: si sale poco alla volta, si attraversano tratti di bosco e zone più aperte, con viste che cambiano continuamente. A un certo punto esci dal bosco e il paesaggio si apre davvero: meno alberi, più vento, più luce.
All’inizio cammini quasi senza pensarci, poi piano piano il ritmo si stabilizza. Non hai fretta di arrivare, ed è proprio lì che cambia qualcosa. Ti abitui al passo, al silenzio, al fatto che non devi fare altro.
Quando arrivi in alto, a Forca Caruso, ti senti appagato dalla passeggiata. È un valico, una specie di passaggio tra due versanti: strada, pochi edifici, e intorno solo montagne. Qui per secoli passavano persone, animali, commerci tra l’Abruzzo interno e la Marsica: non è solo un punto geografico, è un luogo di passaggio vero, di quelli usati da sempre.
Il valico aveva un ruolo strategico nelle vie di comunicazione: già dal IX secolo a.C., poi in età romana e fino a tempi recenti, era un punto chiave per i collegamenti tra Roma e Aternum. Per secoli è stato di fatto l’unico passaggio tra Tirreno e Adriatico lungo la Via Tiburtina Valeria (oggi SS5).
Ed è proprio questa posizione che lo ha reso anche un luogo di scontri. Qui nel 937 Marsi e Peligni, guidati da Berardo detto “il Francisco”, affrontarono gli Ungari per il controllo dei traffici. E nell’Ottocento il passo è stato coinvolto nelle vicende del brigantaggio.
Oggi rimane tutto molto spoglio: qualche costruzione, la strada, e il vento che si sente forte quando sei lì sopra. Non è un posto “da vedere”, non c’è niente di costruito per il turista, ma proprio per questo resta impresso.
La sensazione non è tanto quella di aver “raggiunto una meta”, ma di esserti preso tempo. Ti fermi, guardi, senti il vento e il silenzio. E al ritorno è uguale: lungo, tranquillo, senza la voglia di accelerare.
Il tempo si dilata, e quella che all’inizio sembra una mancanza — l’assenza di cose da fare — diventa spazio vero.
È un tipo di esperienza che oggi si fa fatica a trovare, soprattutto in Italia dove anche i borghi più piccoli ormai sono organizzati per il turismo. Qui no. Qui tutto è ancora normale.
E proprio per questo, Collarmele ha senso soprattutto come base.
In pochi minuti sei ad Aielli, con i suoi murales. Poco più in là Celano, le gole, Ovindoli. Hai intorno un territorio ricco, ma torni la sera in un posto che resta tranquillo, senza rumore.
E quando torni la sera, il discorso diventa pratico: dove dormire.
Dove dormire
E qui arriva il punto pratico: a Collarmele non ci sono praticamente B&B o hotel.
Io ho scelto di dormire poco distante, tra Aielli e Celano. Niente di speciale, ma pulita, comoda e con prezzi decisamente più bassi rispetto a zone più turistiche.
È una scelta che torna: durante il giorno ti muovi, vedi quello che c’è nei dintorni, e la sera torni in una zona tranquilla, senza caos.
Se invece cerchi un alloggio più curato o più centrale rispetto alle attività, allora conviene spostarsi direttamente su Ovindoli o Celano.
Collarmele, da questo punto di vista, non è un posto dove “stare comodi”. È un posto dove stare e basta.
E forse è proprio questo il suo punto di forza.
Non ti offre qualcosa da fare.
Ti toglie il bisogno di farlo.