Il museo che riscopre la civiltà contadina di Matera
Il Museo-Laboratorio della Civiltà Contadina di Matera racconta la vita rurale e le tradizioni locali, offrendo un'esperienza immersiva e educativa.
Matera ti mette subito in testa una domanda: com’era la vita vera dentro queste pietre? Cammini tra i vicoli dei Sassi e vedi porte basse, gradini consumati, archi che sembrano disegnati per trattenere l’ombra. Poi però scatta l’effetto “cartolina”: fotografie, panorami, terrazze. Bellissimo, certo. Ma se vuoi capire cosa c’è sotto la bellezza — lavoro, fatica, ingegno quotidiano — il Museo-Laboratorio della Civiltà Contadina è una tappa che cambia il tono della visita.
Non è il posto dove “ammiri oggetti antichi”. È il posto dove riconosci i gesti: le mani che intrecciano, che riparano, che impastano, che levigano. E improvvisamente i Sassi smettono di essere solo scenografia e tornano a essere quello che sono sempre stati: una città abitata, adattata, tenuta in vita giorno dopo giorno.
Un museo che racconta la Matera che non si vede
Quando si parla di Matera, spesso la conversazione si ferma ai Sassi. È normale: sono il cuore visivo della città, quelli che ti restano negli occhi anche a distanza di giorni. Ma la storia di Matera non è fatta solo di architettura. È fatta di economie domestiche, di mestieri, di piccole soluzioni ripetute per generazioni. Se vuoi partire da una visione d’insieme prima di entrare nel museo, vale la pena avere in mente il contesto raccontato in questa guida sulla storia affascinante della città di Matera
: ti aiuta a leggere quello che vedrai non come “folklore”, ma come identità.
Dentro il Museo-Laboratorio l’idea è chiara: il mondo contadino non viene trattato come qualcosa di minore o “pittoresco”. Viene trattato come un sistema complesso, fatto di ruoli, strumenti, spazi condivisi e competenze. E questa impostazione spiega perché il museo funziona così bene con i giovani: non ti chiede di credere a una narrazione, ti mette davanti a prove concrete.
Donato Cascione: dalla raccolta paziente a un progetto condiviso
Il museo è stato creato da Donato Cascione, una persona legata alle proprie radici e alla memoria del territorio. Oggi è gestito dall’Associazione Culturale Donato Cascione, di cui lui è presidente. Questa origine “dal basso” si percepisce nella cura: non c’è l’ansia di stupire, c’è la volontà di ricostruire un mondo con coerenza.
Prima di allestire le sale, c’è stata una fase che spesso viene sottovalutata quando si parla di musei: la raccolta. Anni passati a recuperare oggetti di uso quotidiano e strumenti di lavoro tradizionali, quelli che di solito finiscono in un ripostiglio o vengono buttati perché sembrano inutili. Qui invece diventano parole di un vocabolario: un attrezzo non è “un attrezzo”, è un indizio su come si viveva, su che cosa serviva, su come ci si arrangiava.
Ed è importante anche un altro elemento: la conoscenza non arriva solo dai libri. L’allestimento è stato preceduto dallo studio di testi dedicati alla “letteratura contadina”, ma si è nutrito anche della memoria orale e della testimonianza degli anziani del luogo. È una differenza enorme: un testo ti spiega il mestiere; chi l’ha visto fare ti racconta il dettaglio che non trovi scritto da nessuna parte.
Le sale come ambienti: casa, bottega, comunità
La scelta più potente del Museo-Laboratorio è questa: non limitarsi a esporre. Ricostruire ambienti. In pratica, significa che gli oggetti non vengono appoggiati lì “per essere guardati”, ma rimessi al loro posto ideale: accanto a ciò che li completa, dentro una stanza che li rende credibili, in un contesto che li fa parlare.
Questo approccio rende la visita molto più fisica. Ti accorgi che la vita contadina non era una somma di cose, era un equilibrio di spazi. La casa non era separata dal lavoro come oggi: spesso era tutto insieme. E questa fusione, nei Sassi, è ancora più evidente perché le abitazioni erano scavate, adattate, condivise. Per questo il museo non dà la sensazione di una “fredda esposizione”: dà la sensazione di entrare in un luogo abitato, anche se in silenzio.
Se vuoi inserirlo nel percorso in modo naturale, pensa al museo come a un approfondimento perfetto per una giornata nel rione più narrativo e “vicino” alla vita quotidiana: il Sasso Barisano e la sua storia
sono un contesto ideale per arrivarci già con lo sguardo allenato a leggere portoni, androni, cortili e scale.
Il futuro: raddoppio degli spazi e laboratori per i giovani
Oggi il Museo-Laboratorio si estende su circa 500 metri quadrati. Il progetto prevede un ampliamento che raddoppierà la superficie: un dato importante, perché non parla solo di “crescita”, ma di un’idea precisa di museo come organismo vivo.
L’obiettivo dichiarato è affiancare alla parte espositiva una dimensione sempre più pratica, con laboratori dedicati soprattutto ai giovani. Non laboratori generici, ma mestieri concreti: cartapestaio, vasaio, panieraio, e altri saperi manuali che rischiano di restare solo parole. È un passaggio interessante anche per chi viaggia: non vai solo a osservare il passato, vai a vedere come quel passato può tornare a essere apprendimento.
E qui c’è un messaggio forte: recuperare la memoria non significa idealizzare. Significa riconoscere valore a competenze reali, a tecniche che avevano una funzione e che oggi possono diventare cultura, artigianato, identità. Per una città come Matera, che vive anche di turismo, è un modo intelligente per bilanciare la narrazione: non solo “vedere”, ma anche “capire come si faceva”.
Come viverlo bene: tempi, ritmo, e un trucco che evita la visita “di corsa”
Immagina di entrarci dopo una camminata tra i Sassi, quando hai ancora addosso la polvere chiara della pietra e un po’ di luce negli occhi. Appena metti piede dentro, il ritmo cambia: i suoni si abbassano, l’aria sembra più ferma, e ti accorgi che qui non funziona la visita “a scorrimento”. Il museo ti chiede lentezza.
Un tempo realistico, per farlo bene, è tra 60 e 90 minuti. Meno di così e rischi di trasformarlo in una sfilata di stanze. Più di così — se sei in viaggio e hai altre tappe — può diventare faticoso. Il trucco, quello che salva la visita, è semplice: invece di “vedere tutto”, scegli 3 ambienti e restaci davvero. Non dieci secondi. Due minuti pieni, con lo sguardo che va dai dettagli grandi a quelli piccoli: segni di usura, posizioni degli oggetti, logica degli spazi.
L’errore più comune (e la lezione più utile) è pensare che basti riconoscere gli oggetti. In realtà conta il contrario: capire l’uso. Quando ti viene la tentazione di fare una foto e passare oltre, fermati e prova a rispondere a una domanda concreta: “questo strumento che problema risolveva?”. È un esercizio banale ma potentissimo. E quando esci, ti succede una cosa: anche i Sassi fuori cambiano. Non li guardi più solo come “belli”. Li guardi come spazi progettati per vivere e lavorare.
Gli errori da evitare al Museo-Laboratorio della Civiltà Contadina
🚫 Trattarlo come una lista di cose da spuntare
Questo museo funziona se ti concedi lentezza: meglio vedere meno e capire di più.
🚫 Cercare solo “il pezzo raro”
Qui il valore non è l’oggetto prezioso, ma la coerenza degli ambienti ricostruiti: è lì che la storia prende corpo.
🚫 Entrare senza contesto
Se arrivi “a freddo”, rischi di non cogliere il legame con i Sassi. Basta poco per prepararti: una passeggiata consapevole nel rione giusto cambia tutto.
🚫 Fare la visita nei ritagli di tempo
Se incastri il museo tra due appuntamenti, lo svuoti. Programma almeno 60 minuti netti.
🚫 Pensare che sia “solo per appassionati”
È un luogo pensato anche per i giovani: proprio perché racconta il passato senza metterlo su un piedistallo.
Chi visita Matera spesso torna a casa con fotografie meravigliose. Chi visita anche questo museo, di solito, torna a casa con qualcosa di più difficile da fotografare: un’immagine chiara della vita quotidiana che ha costruito quei panorami. E per un viaggio nei Sassi, è un valore enorme.
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